Coronavirus ed animali: possiamo stare tranquilli?

Nuova epidemia da coronavirus ed animali da compagnia: possiamo stare tranquilli?

Articolo tratto da "Il fatto veterinario", 26/02/2020

 

Autore: prof. Nicola Decaro, "DVM, PhD, diplomato ECVM, EBVS - European Specialist in Veterinary Microbiology, professore ordinario di Malattie Infettive degli Animali Domestici presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell' Università degli Studi di Bari.

 

A distanza di circa 18 anni dall’epidemia di severe acute respiratory syndrome (SARS), che comparve in Cina ma si diffuse in altri continenti, e di 8 anni dalla comparsa della Middle East respiratory syndrome (MERS), che conobbe una diffusione più ristretta al Medio Oriente ed il cui agente virale è tuttora in circolazione, un nuovo coronavirus (2019-nCoV, di recente denominato SARS-CoV-2) ha generato un’ondata di panico nella popolazione mondiale. I primi casi di infezione sono stati registrati nella città cinese di Wuhan, nella provincia di Hubei, ed hanno interessato pazienti che erano stati esposti ad animali selvatici nel mercato del pesce di Huanan. Si tratta di uno dei cosiddetti “wet market” (letteralmente mercati bagnati), dove animali di diverse specie  sono venduti ai consumatori, vivi o macellati sul posto, determinando un’incontrollata esposizione a sangue ed altri fluidi biologici potenzialmente contaminati. Tali mercati presentano, quindi, le condizioni ideali per la circolazione di vari patogeni tra animali selvatici, domestici e uomo, favorendo il salto di specie e la comparsa di “nuovi” agenti patogeni. Alcuni ricercatori, tuttavia, hanno avanzato l’ipotesi, tutta da dimostrare che il virus sia fuoriuscito da un laboratorio di massima sicurezza distante alcune centinaia di metri dal mercato di Huanan. Dalla città di Wuhan, che conta ben 12 milioni di abitanti, grazie anche alla coincidenza dei festeggiamenti del capodanno cinese (prontamente interrotto dalle autorità), epicentro della nuova epidemia da coronavirus, l’infezione si è poi diffusa alle altre province cinese, al Sud Est asiatico in generale ed agli continenti.

L’ondata di panico che si è generata, amplificata dai mass media e da un eccezionale flusso di informazioni non controllate diffuse a mezzo social, ha interessato anche i proprietari di animali, spaventati dalla ipotesi più accreditata sulla comparsa di SARS-CoV-2, in base alla quale il nuovo coronavirus umano si sarebbe originato proprio negli animali, come d’altronde era stato il caso della SARS e della MERS. Le precedenti epidemie di gravi coronavirosi nell’uomo sono state sostenute, e lo sono ancora nel caso della MERS, da ceppi virali che circolavano nei pipistrelli e che, grazie a mutazioni del genoma virale, sono riusciti a compiere il salto di specie, passando all’uomo previo adattamento nei carnivori selvatici, specie il tanto vituperato zibetto delle palme (SARS-CoV) o nei dromedari (MERS-CoV). Lo stesso virus SARS-CoV-2 è altamente correlato con coronavirus circolanti nei pipistrelli, anche se, al momento, non si conosce la specie animale che avrebbe permesso il salto di specie favorendo l’adattamento del virus all’uomo. Sotto accusa è finito il pangolino, mammifero asiatico che si nutre di formiche, molto apprezzato dalla medicina tradizionale cinese. 

Da queste vicende epidemiologiche trae spunto il timore dei proprietari di animali che anche il cane ed il gatto possano fingere da “untori” di questa nuova “pestilenza” del XXI secolo. In effetti, il virus dell’epidemia di SARS è stato in grado di infettare anche i gatti, come dimostrato dall’identificazione del virus in alcuni gatti domestici ospitati nei giardini Amoy di Hong Kong, dove alloggiavano più di 100 residenti (umani) infetti dal virus (SARS-CoV). Tuttavia, questa specie animale, al contrario dei carnivori selvatici, non sembra aver rivestito alcun ruolo ai fini della trasmissione del contagio all’uomo. Anche il furetto è risultato sperimentalmente sensibile all’infezione con il virus della SARS, tanto da essere proposto come modello sperimentale per l’uomo. Positività naturali per MERS-CoV, invece, sono state ottenute non solo nei dromedari, che hanno verosimilmente veicolato l’infezione all’uomo, ma anche in altri ruminanti domestici a noi più familiari, quali pecore, capre e bovini, nonché in asini e suini. 

Possiamo, tuttavia, affermare che, allo stato attuale, gli animali domestici, inclusi cani e gatti, non rivestono alcun ruolo epidemiologico nella trasmissione del nuovo virus e non si sa neppure se siano recettivi ad esso. Tuttavia, anche qualora cani e gatti dovessero essere recettivi al virus, il loro ruolo ai fini della trasmissione all’uomo sarebbe trascurabile, se non inesistente: anche se di probabile origine zoonosica, SARS-CoV-2 si trasmette attraverso il contagio interumano, senza bisogno di un tramite animale ed i nostri amici a quattro zampe sarebbero più vittime che untori dell’uomo. Una situazione simile si è verificata per la pandemia da virus influenzale H1N1pdm09: il virus, originatosi nel suino attraverso un triplice riassortimento genico tra virus influenzali umani, aviari e suini, passò all’uomo iniziando a trasmettersi da uomo a uomo senza alcun ulteriore intervento di animali. I suini, ma anche i cani ed i gatti, successivamente alla diffusione pandemica, iniziarono ad infettarsi con questo nuovo virus influenzale, ma l’infezione è stata quasi sempre trasmessa da pazienti umani malati.  

È bene ricordare che cane e gatto possiedono dei propri coronavirus che non sono, però, trasmissibili all’uomo. Nel cane si conoscono due coronavirus enterici, il coronavirus del cane (CCoV) tipo I e tipo II, responsabili, in genere, di modeste enteriti con guarigione spontanea. Tuttavia, alcuni ceppi di CCoV tipo II, detti pantropici, possono causare anche infezioni sistemiche gravi o immunodepressione prolungata. Sono entrambi alfacoronavirus strettamente imparentati con quelli di gatto e suino. Più recentemente è stato identificato un coronavirus respiratorio del cane (CRCoV), un betacoronavirus correlato al coronavirus del bovino (ma non a quelli umani di SARS e MERS), riconosciuto tra gli agenti della tosse dei canili.

Nel gatto, invece, è presente il coronavirus felino (FCoV), di cui sono noti due genotipi (FCoV tpo I e tipo II) e due biotipi: un coronavirus enterico, che causa infezioni enteriche asintomatiche o paucisintomatiche, ed un biotipo ipervirulento, derivato da quello enterico per mutazioni nella proteina degli spikes, che causa la peritonite infettiva felina (FIP), una malattia ad esito mortale.

 

In conclusione, sebbene il nuovo coronavirus si sia, con ogni probabilità, originato da animali selvatici (pipistrelli?), è altamente improbabile che i nostri pet possano svolgere un qualche ruolo nella trasmissione all’uomo di un virus che riconosce primariamente un contagio interumano.